lunedì 25 febbraio 2013
Ancora, GLI AUTOMATISMI COGNITIVI.
SONO TANTI TRENINI PRONTI IN STAZIONE (NELLA NOSTRA TESTA) PER PARTIRE AL MOMENTO, IN RISPOSTA ALLO STIMOLO ESTERNO.
QUESTI TRENINI SONO A DISPOSIZIONE DI:
INTUITO
RIFLESSI
ATTENZIONE
ATTIVAZIONE
DESTREZZA
=
REPERTORI ELABORATI E RITENUTI NELLA MEMORIA.
ALLA FINE TUTTO SEMBRA FACILE MA E' FRUTTO DI UNA COSTANTE E CONTINUA COSTRUZIONE DI REPERTORI MOTORI.
Le acquisizioni tecniche sono più stabili delle capacità motorie.
L’allenamento produce adattamenti sulla base di una continua sollecitazione. Lo stesso mantenimento delle condizioni acquisite è difficoltoso e spesso diventa un nuovo limite alle prestazioni. Se lo stimolo, cioè il carico di lavoro, viene a mancare, gli adattamenti regrediscono con una rapidità che è tipica di ciascuna funzione e di ciascuna capacità motoria.
In generale la velocità di involuzione delle capacità motorie dipende anche dal tempo che è stato precedentemente impiegato per acquisirle.
La progressività del carico.
L’allenamento deve prevedere stimoli (carichi) progressivamente crescenti, in modo da provocare nuovi adattamenti a livelli più elevati. Ciò avviene mediante l’aumento delle quantità e delle intensità di carico (aumento della frequenza di allenamento, della durata di una seduta, della percorrenza in km, il numero di ripetizioni di un esercizio, il numero delle serie, ecc.).
Nei giovani sportivi – 11/16 anni – è meglio incrementare prima le quantità di lavoro piuttosto che le intensità (ivi comprese le esercitazioni tecniche) in forma molto variata, che porta ad incrementare stabilmente le diverse capacità e permette di prepararsi progressivamente a livelli di carico di lavoro sempre più intensi.
Il carico inoltre deve aumentare gradualmente, cioè deve essere somministrato in base al grado (livello) di preparazione dell’atleta.
La progressività dell’aumento del carico non deve essere assolutamente lineare, ma dovrà essere realizzata con frequenti interruzioni compensative: ciò permetterà di sfruttare al meglio le capacità di recupero dell’atleta, il quale usufruendo di adeguati tempi di recupero, disporrà della necessaria energia e freschezza nervosa per meglio adattarsi.
Questa regola è tanto più necessaria quanto più è elevata la frequenza di allenamento.
E’ in genere sempre meglio aumentare inizialmente la quantità di carico di lavoro – aumento del numero dei km o delle ripetizioni – piuttosto che la intensità – incremento della velocità o del carico della stesse ripetizioni.
OBIETTIVO DELL'ALLENAMENTO.
(sintesi dalla letteratura specialistica)
L’obiettivo dell’allenamento è di sviluppare gli adattamenti necessari all’organismo per renderlo capace di produrre uno sforzo adeguato alla specialità sportiva praticata.
Lo sviluppo degli adattamenti è provocato da stimoli biologici che sollecitano una reazione organica, psichica, affettiva.
Gli adattamenti insorgono quando l’organismo non riesce a far fronte alle richieste degli stimoli con il potenziale esistente e ci riesce con grande difficoltà.
L’adattamento è una risposta di autoregolamentazione dell’organismo che si modifica funzionalmente e morfologicamente reagendo alle diverse richieste organizzate nella preparazione, ottimizzando i processi.
Esempi tipici di adattamento visibili esternamente sono l’ipertrofia dei muscoli, quale reazione a una richiesta intensiva di tensione muscolare, o l’abbronzatura, quale risposta ai raggi ultravioletti. Nella fisiologia e biochimica dello sport sono ben conosciuti fenomeni quali l’attivazione degli enzimi di diversi processi metabolici o l’aumento delle riserve di glicogeno muscolare come risposta a stimoli prolungati di diversa natura.
LA FORZA DEL MOVIMENTO, tra azione e ricerca.
Quando richiamiamo l’idea di forza non possiamo pensare soltanto allo sforzo muscolare, dobbiamo considerare prioritariamente una direzione e un verso.
Nella lingua giapponese “JU” sta per “cedevolezza” e “DO” per “via”. La “via della cedevolezza” passa attraverso la conoscenza dei principi della statica e della dinamica dei corpi per proiettarsi, al di là del mero sforzo muscolare, verso la vera e propria consapevolezza che le nostre azioni, spontanee e quotidiane, risultano efficaci se in armonia con le leggi della fisica.
Una metaconoscenza che ci permette di cogliere le analogie tra gli sport del combattimento corpo a corpo: il judo (lotta di origine giapponese), la lotta stile greco-romano e quella stile libero, il sambo e il sumo. Analogie confermate dagli studi sulla biomeccanica degli sport di combattimento e che rappresentano una risorsa cognitiva per apprendere maggiori movimenti vincenti.
In parole semplici: se mi spingono, io tiro. Se mi tirano, io spingo. Tutto è più semplice di quello che sembra. Sui principi della biomeccanica va modellata la tecnica. La conoscenza tecnica non è un sapere a sé stante, da apprendere secondo la tradizione, ma una forma che si modella nella ricerca e soprattutto nell'azione, quella sperimentata nella competizione.
venerdì 12 giugno 2009
VETTORE LOTTA
Il vettore è la rappresentazione geometrica di una grandezza dotata di direzione e verso. Lo spostamento di un corpo, le forze applicate su di esso, sono grandezze vettoriali.
Quando richiamiamo l’idea di forza non possiamo pensare soltanto allo sforzo muscolare, dobbiamo considerare prioritariamente una direzione e un verso.
Per esempio, se pensassimo di uscire da un saloon del far west, spingeremmo il battente della caratteristica porta basculante. Ma, dall’altra parte, un rissoso cowboy sta entrando nel saloon e spinge lo stesso battente al contrario. Una spinta contro l’altra blocca la porta in una posizione di stallo. Il cowboy non cede il passo e rischiamo di trovarcelo nel saloon davvero arrabbiato. Allora smettiamo di colpo di esercitare la nostra spinta sulla porta e ci scansiamo, spostando il nostro corpo di lato. Il cowboy è proiettato per terra, non trovando più, all’improvviso, la resistenza della nostra spinta. Abbiamo ceduto, ma il rissoso cowboy è volato lungo per terra.
Nella lingua giapponese “JU” sta per “cedevolezza” e “DO” per “via”. La “via della cedevolezza” passa attraverso la conoscenza dei principi della statica e della dinamica dei corpi per proiettarsi, al di là del mero sforzo muscolare, verso una vera e propria metaconoscenza del vettore forza, che ci consente azioni, spontanee e quotidiane, senza una ragionata consapevolezza.
Una metaconoscenza che ci introduce analogie tra gli sport del combattimento corpo a corpo: il judo (lotta di origine giapponese), la lotta stile greco-romano e quella stile libero, il sambo e il sumo. Analogie confermate dagli studi sulla biomeccanica degli sport di combattimento.
Da questa idea base parte la nostra attività di ricerca, raccolta dei dati, sviluppo di ipotesi e formulazione di tesi e progetti operativi, nell’ambito educativo e sportivo. Navigheremo nel fluido della conoscenza con un linguaggio semplice ed essenziale, tentando di condividere e di aggregare competenze pluridisciplinari e originali.
Quando richiamiamo l’idea di forza non possiamo pensare soltanto allo sforzo muscolare, dobbiamo considerare prioritariamente una direzione e un verso.
Per esempio, se pensassimo di uscire da un saloon del far west, spingeremmo il battente della caratteristica porta basculante. Ma, dall’altra parte, un rissoso cowboy sta entrando nel saloon e spinge lo stesso battente al contrario. Una spinta contro l’altra blocca la porta in una posizione di stallo. Il cowboy non cede il passo e rischiamo di trovarcelo nel saloon davvero arrabbiato. Allora smettiamo di colpo di esercitare la nostra spinta sulla porta e ci scansiamo, spostando il nostro corpo di lato. Il cowboy è proiettato per terra, non trovando più, all’improvviso, la resistenza della nostra spinta. Abbiamo ceduto, ma il rissoso cowboy è volato lungo per terra.
Nella lingua giapponese “JU” sta per “cedevolezza” e “DO” per “via”. La “via della cedevolezza” passa attraverso la conoscenza dei principi della statica e della dinamica dei corpi per proiettarsi, al di là del mero sforzo muscolare, verso una vera e propria metaconoscenza del vettore forza, che ci consente azioni, spontanee e quotidiane, senza una ragionata consapevolezza.
Una metaconoscenza che ci introduce analogie tra gli sport del combattimento corpo a corpo: il judo (lotta di origine giapponese), la lotta stile greco-romano e quella stile libero, il sambo e il sumo. Analogie confermate dagli studi sulla biomeccanica degli sport di combattimento.
Da questa idea base parte la nostra attività di ricerca, raccolta dei dati, sviluppo di ipotesi e formulazione di tesi e progetti operativi, nell’ambito educativo e sportivo. Navigheremo nel fluido della conoscenza con un linguaggio semplice ed essenziale, tentando di condividere e di aggregare competenze pluridisciplinari e originali.
domenica 31 maggio 2009
SPINGI E TIRA ... PRATICA CON NOI.
Se mi spingono, io tiro। Se mi tirano, io spingo. Tutto è più semplice di quello che sembra. Sui principi della biomeccanica va modellata la tecnica. La conoscenza tecnica non è un sapere a sé stante, che si apprende in modo subordinato ed acritico. Essa si sviluppa in una relazione permanente con l'insegnante tecnico, se possiede le competenze dell'educatore.
domenica 19 aprile 2009
IL PIACERE DELLO SPORT
IL RAGAZZO VA ORIENTATO VERSO L’ATTIVITA’ SPORTIVA ATTRAVERSO LA SCOPERTA DEL PIACERE CHE SPERIMENTA NEI GESTI E NEI MOVIMENTI DEI DIVERSI SPORT.
Ieri, in occasione di una presentazione degli sport del judo e della lotta presso una scuola media, chiedevo ai ragazzi, della prima classe, quanti di loro avessero partecipato ad una competizione sportiva: su 100 ragazzi, circa 20. Una percentuale bassissima che mi ha provocato una grande curiosità.
E allora, la successiva domanda è stata: “perché praticate lo sport?”. Una domanda che ho potuto rivolgere solo a 1/3 dei ragazzi, perché in così pochi hanno dichiarato di praticarlo.
I tre quattro praticanti di arti marziali hanno risposto di praticare per imparare a difendersi. Un luogo comune che nasconde al ragazzo il piacere della pratica del judo o della lotta a favore di un costruito retorico bisogno di difesa dall'aggressione, che ha radici ancestrali.
Su tutti, un ragazzo mi ha sorpreso perché con estrema semplicità ha detto: “pratico il mio sport perché mi piace”. E’ verso questa consapevolezza che ho cercato, sin dal primo momento della presentazione, di orientare il mio intervento di promozione sportiva. E per questo motivo avevo tra le mie storie quella che mi ha avviato alla pratica del judo.
Ho incominciato a praticare l'attività sportiva con il canottaggio e, quando terminavamo l’allenamento in mare, avevamo la possibilità di improvvisare, nella palestra della pesistica, degli incontri di lotta, che si risolvevano nel mettere di spalle a terra l’avversario. Come mi piaceva il gesto e il movimento di proiettare l’avversario per bloccarlo con le spalle a terra. La mia frequenza al canottaggio finì per essere finalizzata agli improvvisati incontri di lotta. E’ così che partii con la mia meravigliosa avventura del judo. Scoprii di colpo ciò che era dentro di me, ma sino a quel giorno a me stesso sconosciuto.
LA PRATICA DELL’ATTIVITA’ SPORTIVA PUO’ DARE UNA GRANDE GIOIA SE COGLIE LA FORMA MOTORIA CHE LIBERA L’IDENTITA’ DELL’ATLETA. PER QUESTO MOTIVO ABBIAMO BISOGNO DI PIU’ INSEGNANTI DI SPORT E DOBBIAMO PRESTARE ATTENZIONE CRITICA VERSO I TECNICI CHE ESASPERANO LA TECNICA SPORTIVA ESCLUSIVAMENTE PER LA SELEZIONE DEI RAGAZZI, ALLA RICERCA DEL CAMPIONE PRECOCE.
Ieri, in occasione di una presentazione degli sport del judo e della lotta presso una scuola media, chiedevo ai ragazzi, della prima classe, quanti di loro avessero partecipato ad una competizione sportiva: su 100 ragazzi, circa 20. Una percentuale bassissima che mi ha provocato una grande curiosità.
E allora, la successiva domanda è stata: “perché praticate lo sport?”. Una domanda che ho potuto rivolgere solo a 1/3 dei ragazzi, perché in così pochi hanno dichiarato di praticarlo.
I tre quattro praticanti di arti marziali hanno risposto di praticare per imparare a difendersi. Un luogo comune che nasconde al ragazzo il piacere della pratica del judo o della lotta a favore di un costruito retorico bisogno di difesa dall'aggressione, che ha radici ancestrali.
Su tutti, un ragazzo mi ha sorpreso perché con estrema semplicità ha detto: “pratico il mio sport perché mi piace”. E’ verso questa consapevolezza che ho cercato, sin dal primo momento della presentazione, di orientare il mio intervento di promozione sportiva. E per questo motivo avevo tra le mie storie quella che mi ha avviato alla pratica del judo.
Ho incominciato a praticare l'attività sportiva con il canottaggio e, quando terminavamo l’allenamento in mare, avevamo la possibilità di improvvisare, nella palestra della pesistica, degli incontri di lotta, che si risolvevano nel mettere di spalle a terra l’avversario. Come mi piaceva il gesto e il movimento di proiettare l’avversario per bloccarlo con le spalle a terra. La mia frequenza al canottaggio finì per essere finalizzata agli improvvisati incontri di lotta. E’ così che partii con la mia meravigliosa avventura del judo. Scoprii di colpo ciò che era dentro di me, ma sino a quel giorno a me stesso sconosciuto.
LA PRATICA DELL’ATTIVITA’ SPORTIVA PUO’ DARE UNA GRANDE GIOIA SE COGLIE LA FORMA MOTORIA CHE LIBERA L’IDENTITA’ DELL’ATLETA. PER QUESTO MOTIVO ABBIAMO BISOGNO DI PIU’ INSEGNANTI DI SPORT E DOBBIAMO PRESTARE ATTENZIONE CRITICA VERSO I TECNICI CHE ESASPERANO LA TECNICA SPORTIVA ESCLUSIVAMENTE PER LA SELEZIONE DEI RAGAZZI, ALLA RICERCA DEL CAMPIONE PRECOCE.
martedì 17 febbraio 2009
IL DIALOGO DELLA RESPIRAZIONE.
Il dialogo tra la mente e il corpo scorre attraverso la respirazione, che è governata da un muscolo piatto situato tra il petto e l’addome: il diaframma.
Quando le emozioni attanagliano i muscoli addominali e imbavagliano la mente non resta molto da fare. L’unica reazione possibile è la ri-modulazione della respirazione.
Una base della buona respirazione consiste nel far durare l’ESPIRAZIONE il doppio dell’inspirazione; l’altra, nell’ESPIRARE a fondo.
Per ESPIRARE PROFONDAMENTE è fondamentale accompagnare la pratica dell’atto respiratorio con una attività muscolare volta a tirare dentro gradualmente l’addome, sino alla massima tensione muscolare e raggiungendo la massima concavità del ventre. Quest’atto consentirà di spingere il diaframma contro i polmoni che si svuoteranno completamente d’aria.
Il momento successivo della inspirazione riuscirà profondo con semplice spontaneità.
All’inizio scandiremo i momenti respiratori con un esercizio lento e anche frammentato per acquisire una buona padronanza del MOMENTO ESPIRATORIO; successivamente sarà importante prendere un RITMO DI RESPIRAZIONE, che ci permetterà di imporre un dialogo tra la mente e il corpo anche quando le emozioni ci assalgono.
Il dialogo tra la mente e il corpo scorre attraverso la respirazione, che è governata da un muscolo piatto situato tra il petto e l’addome: il diaframma.
Quando le emozioni attanagliano i muscoli addominali e imbavagliano la mente non resta molto da fare. L’unica reazione possibile è la ri-modulazione della respirazione.
Una base della buona respirazione consiste nel far durare l’ESPIRAZIONE il doppio dell’inspirazione; l’altra, nell’ESPIRARE a fondo.
Per ESPIRARE PROFONDAMENTE è fondamentale accompagnare la pratica dell’atto respiratorio con una attività muscolare volta a tirare dentro gradualmente l’addome, sino alla massima tensione muscolare e raggiungendo la massima concavità del ventre. Quest’atto consentirà di spingere il diaframma contro i polmoni che si svuoteranno completamente d’aria.
Il momento successivo della inspirazione riuscirà profondo con semplice spontaneità.
All’inizio scandiremo i momenti respiratori con un esercizio lento e anche frammentato per acquisire una buona padronanza del MOMENTO ESPIRATORIO; successivamente sarà importante prendere un RITMO DI RESPIRAZIONE, che ci permetterà di imporre un dialogo tra la mente e il corpo anche quando le emozioni ci assalgono.
venerdì 13 febbraio 2009
LE MEMORIE MOTORIE
La memoria non è soltanto un fatto “mentale”. La memoria motoria ha un’essenza corporea, nel senso che comporta procedure o memorie non esplicitabili in termini linguistici.
L’AZIONE RACCHIUDE IN SE’ UN SAPERE DEL CORPO CHE PUO’ ESSERE ACQUISITO SOLTANTO ATTRAVERSO IMITAZIONE E PRATICA.
LO STESSO LINGUAGGIO SI REALIZZA A PARTIRE DA CATENE COORDINATE DI MOVIMENTI DEGLI ORGANI VOCALI, MEMORIZZATE ATTRAVERSO UNA SERIE DI RIPETIZIONI.
LA MENTE DEVE TENER CONTO DEL CORPO, DEI SUOI MOVIMENTI E DELLE LORO CONSEGUENZE.
Il nostro cervello è un’enorme archivio di repertori motori, attivati da ognuno di noi nei diversi atti della vita quotidiana. Schemi complessi definiti “MELODIE CINETICHE”, per indicarne la complessa fluidità.
L’AZIONE RACCHIUDE IN SE’ UN SAPERE DEL CORPO CHE PUO’ ESSERE ACQUISITO SOLTANTO ATTRAVERSO IMITAZIONE E PRATICA.
LO STESSO LINGUAGGIO SI REALIZZA A PARTIRE DA CATENE COORDINATE DI MOVIMENTI DEGLI ORGANI VOCALI, MEMORIZZATE ATTRAVERSO UNA SERIE DI RIPETIZIONI.
LA MENTE DEVE TENER CONTO DEL CORPO, DEI SUOI MOVIMENTI E DELLE LORO CONSEGUENZE.
Il nostro cervello è un’enorme archivio di repertori motori, attivati da ognuno di noi nei diversi atti della vita quotidiana. Schemi complessi definiti “MELODIE CINETICHE”, per indicarne la complessa fluidità.
domenica 8 febbraio 2009
AUTOMATISMO COGNITIVO
LA RIPETIZIONE DEL GESTO MOTORIO FACILITA LA VISIONE D’INSIEME DEL MOMENTO SPORTIVO.
Se ci chiedono di calcolare la circonferenza di un cerchio, risponderemmo, semplicemente, diametro per pigreco. Abbiamo ripetuto tante volte formule geometriche, rimaste latenti nella nostra memoria per essere riprese, con facilità e meraviglia, all’occorrenza.
Così avviene per i movimenti corporei, presieduti da veri e propri automatismi cognitivi.
Gli automatismi cognitivi si formano per semplice e reiterata ripetizione e determinano due risultati positivi:
1) la prontezza della rievocazione;
2) la permanenza nel tempo.
GLI AUTOMATISMI COGNITIVI LIBERANO IL PENSIERO DALLA NECESSITA’ DI IMPEGNARSI IN OPERAZIONI MINUTE E SEGMENTARIE, PERMETTENDOGLI DI CENTRARSI SU CONTESTI PIU’ AMPI.
Se ci chiedono di calcolare la circonferenza di un cerchio, risponderemmo, semplicemente, diametro per pigreco. Abbiamo ripetuto tante volte formule geometriche, rimaste latenti nella nostra memoria per essere riprese, con facilità e meraviglia, all’occorrenza.
Così avviene per i movimenti corporei, presieduti da veri e propri automatismi cognitivi.
Gli automatismi cognitivi si formano per semplice e reiterata ripetizione e determinano due risultati positivi:
1) la prontezza della rievocazione;
2) la permanenza nel tempo.
GLI AUTOMATISMI COGNITIVI LIBERANO IL PENSIERO DALLA NECESSITA’ DI IMPEGNARSI IN OPERAZIONI MINUTE E SEGMENTARIE, PERMETTENDOGLI DI CENTRARSI SU CONTESTI PIU’ AMPI.
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